Sabato, 18 novembre 2017 - ORE:15:13

Delirio a Marassi


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Che sarebbe stata una giornata storta per il Genoa, questo lo si poteva intuire fin dai primi minuti della partita casalinga contro il Siena. Un paio di buone occasioni, fra cui un palo esterno scheggiato da un gran tiro da fuori area di Biondini, senza alcuna conseguenza di rilievo. Poi, però, la scomparsa della squadra ligure e il totale dominio del campo da parte della squadra bianconera: gli uomini di Sannino, dopo essere passati in vantaggio con una punizione di Brienza (deviata dalla barriera ), legittimano il risultato surclassando in ogni settore gli avversari, arrivando a portarsi perfino sul 3 a 0 alla fine del primo tempo, grazie ad una prestazione eccellente. La seconda frazione di gioco ripropone il leit motiv della precedente e così, alla rete di Destro e alla doppietta di Brienza, fa seguito la prima segnatura in serie A di Giorgi. La tensione e la rabbia dei tifosi genoani, fino a quel punto palpabili ma in qualche modo controllate, esplodono in maniera incredibile.

Comincia una vera e propria “pioggia” di petardi e fumogeni all’interno del rettangolo di gioco; il direttore di gara, l’arbitro Tagliavento, decide di interrompere momentaneamente la gara e di aspettare che la situazione torni alla normalità. Ma di ordinario, questo pomeriggio ligure non ha veramente nulla e gli avvenimenti che seguono lo dimostrano ampiamente. Una parte del pubblico lascia gli spalti, mentre alcuni tifosi facinorosi cominciano ad arrampicarsi minacciosamente sulle recinzioni. Qualche supporter arriva addirittura a sistemarsi sul tunnel che le squadre devono attraversare per poter rientrare negli spogliatoi. La squadra toscana e la quaterna arbitrale riescono ad attraversarlo, mentre per il team locale si apre una delle pagine più brutte della propria storia. Il capitano del Grifone, Marco Rossi, cerca il dialogo con i tifosi, al fine di calmarli e di ragionare con loro. Entra in campo perfino il presidente Preziosi, ma la sua presenza non sortisce alcun effetto. Poi comincia ad accadere qualcosa che, fino ad oggi, non si era mai visto in una partita di calcio: i “tifosi” chiedono ai giocatori di sfilarsi le maglie, in quanto ritenuti indegni di indossarle e causa di disonore per una società dal passato glorioso. Uno ad uno, tutti i calciatori rossoblù si tolgono la divisa e la consegnano al capitano; tutti, tranne Giandomenico Mesto e Giuseppe Sculli. Il primo si rifiuta e scoppia a piangere, probabilmente per una crisi di nervi, mentre il secondo cerca di spiegare le proprie ragioni ai capi ultras e di riuscire laddove i compagni, i dirigenti e gli addetti alla sicurezza non sono arrivati, ovvero a fermare questa follia da parte di una piccola frazione del pubblico di Marassi.

Incredibilmente Sculli, dopo lunghe discussioni, riesce a placare gli animi: i giocatori rientrano in campo e si riprendono a giocare i 37 minuti restanti di gara, dopo che ne sono passati ben 45 di alta tensione. Il clima, ovviamente, è surreale; a una partita che ormai dal punto di vista sportivo non ha più nulla da esprimere si aggiunge la volontà di tutti di lasciare lo stadio il prima possibile dopo l’inedito accaduto. I minuti scorrono, così, amministrati da giocatori evidentemente scossi e l’unica emozione (se così si può definire) è l’autorete di Del Grosso che fissa il risultato sull’ 1 a 4.

Le reazioni, da parte di tutto il mondo del calcio ( e non solo ), non si fanno attendere. Nell’immediato post-gara, così si esprime il tecnico dei toscani, Sannino: “E’ uno spettacolo che nessuno pensava di poter vedere dopo la tragedia di Morosini, che ci ha reso tutti tristi. Oggi è capitato qualcosa di inimmaginabile. Noi abbiamo fatto la nostra partita pensando alla salvezza anticipata e a tutto quello che intorno a noi si vive. Mi sono messo nei panni dei ragazzi del Genoa, mi dispiace che non potessero rientrare in campo perchè la tifoseria non lo permetteva”. Inoltre, in risposta alla domanda sulla decisione di continuare il match, afferma che “era giusto finirla e mi auguro che si possa mettere non dico una pietra sopra ma di sicuro è stato uno spettacolo non bello da vedere”.

“Un clima di violenza inaccettabile che non è assolutamente tollerabile. I responsabili non devono entrare mai più allo stadio”. Così, invece, il presidente della Figc Giancarlo Abete ai microfoni Rai: “Queste persone”, ha aggiunto il numero uno federale, “ non hanno nulla a che fare con i tifosi e sono l’immagine peggiore per il calcio”. Lodi poi per Giuseppe Sculli, che con il suo intervento è riuscito a fermare questa follia: “ha fatto benissimo Sculli a non togliersi la maglia, non bisogna darla vinta a queste persone”.

Naturalmente si è espresso sulla vicenda anche il presidente della squadra ligure, Preziosi; come scritto prima, durante la contestazione è addirittura intervenuto in prima persona . Il suo è un duro sfogo, che lo porta a porsi interrogativi sulle misure di sicurezza all’interno dello stadio : “Non voglio fare polemica con le forze dell’ordine, ma non è possibile che un centinaio di persone abbia l’impunità di fare quello che vuole. Forse per una partita del genere poteva anche essere prevista una contestazione, visto il momento. Come mai i poliziotti erano solo una decina per froteggiare questo centinaio di persona che ci ha umiliato”.

Insomma, quest’oggi è stata scritta una brutta pagina dello sport italiano. La bella vittoria del Siena, la sconfitta di un Genoa ormai pienamente invischiato nella lotta per non retrocedere sono state oscurate da avvenimenti che hanno riportato alla mente quell’Italia-Serbia di qualche anno fa: sempre a Marassi, sempre interrotta da pseudo-tifosi. Allora era “Ivan il terribile”, adesso sono i tifosi della squadra di casa; ma il risultato, se non lo stesso, è comunque molto simile. Il tutto, come ha giustamente sottolineato Giuseppe Sannino, dopo la morte di Piermario Morosini, che aveva scatenato un’ondata di commozione trasversale, capace di unire tutti nel nome di valori sportivi e non piuttosto importanti. Forse, però, quella era solo retorica; il calcio italiano si scopre vittima, dopo varie malattie (non ultima quella del Calcioscommesse), di un nuovo malanno.



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