Martedi, 23 maggio 2017 - ORE:12:48

E’ questo il calcio che amiamo?

calcio che amiamo

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Ne abbiamo sentite tante negli ultimi giorni riguardo ai vergognosi fatti accaduti durante la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina.
Ora dopo ora emergono versioni dei fatti diverse, si aggiungono testimonianze di chi era o dice di aver assistito ai fattacci, e si moltiplicano a macchia d’olio le dichiarazioni, opinioni e punti di vista più disparati di politici, istituzioni, sportivi, tifosi e chi più ne ha più ne metta.

Insomma, non cadere nel banale in tutto questo “minestrone” di commenti è tutt’altro che semplice.
Nessun riassunto di ciò che è successo quindi (quello lo avrete già sentito decine di volte…), ma solo qualche riflessioni da parte di uno sportivo che ama lo sport alla follia, che si diverte, gioisce, arrabbia ed emoziona quando segue il calcio e che gli stadi li frequenta fin dall’infanzia.

calcio che amiamo

5 domande per riflettere: è questo il calcio che amiamo?

1) Dov’è la cultura sportiva nel calcio?
Tanti tifosi dimenticano che per quanto entusiasmante, pieno zeppo di soldi, osannato e idolatrato sia, il calcio è pur sempre un gioco. Certo, un gioco attorno al quale ruota un business pazzesco in grado di riempire stadi da oltre 70.000 spettatori e tenere incollate allo schermo milioni di persone, ma per definizione “un gioco”.

Il calcio deve esser un passatempo per chi lo segue, un modo per rilassarsi qualche ora mettendo da parte i problemi e lo stress accumulati in settimana sul lavoro.

Invece molti lo vivono troppo intensamente, in maniera viscerale, tanto da farne quasi una ragione di vita; tanto da condizionare le proprie giornate in base ai risultati della propria squadra del cuore.
Nello sport si vince e si perde, ma chi perde nel calcio spesso non ci sta. Vuole prendersela con qualcuno, sfogare tutta la sua rabbia. Che siano i tifosi avversari, le forze dell’ordine, o gli stessi giocatori poca importa; l’importante è vendicarsi con qualcuno, andare a insultarlo e se serve usare anche le mani.
Certo, giusto non generalizzare, ma quante volte abbiamo visto e sentito applaudire dalla propria tifoseria dei giocatori appena sconfitti? Capita, sì, ma non come normalmente accade in Inghilterra, dove gli applausi alla propria squadra, che si vinca o si perda, non mancano praticamente mai.
Parliamo un attimo del rugby. Sport rude, dove le botte in campo sono all’ordine del giorno, ma poi lo scenario cambia. Terminata la battaglia in campo, finito il gioco, ci si ritrova per il “terzo tempo”, un momento conviviale tra i giocatori di entrambe le squadre, dove spesso partecipano anche le famiglie e i tifosi.
Questo dobbiamo insegnare ai ragazzini nelle scuole calcio. Non accompagnare i figli alle partite dei “pulcini” e insultare l’arbitro o litigare con i genitori della squadra avversaria. Così facendo come pensiamo che possano crescere in materia calcio? Non stupiamoci se poi diventeranno ultras esagitati pronti alla rissa verbale e non solo.

2) I tifosi non devono decidere se e quando una partita va giocata
Quello che è successo all’Olimpico non è una novità. Non è infatti la prima volta che vediamo giocatori (in questo caso Hamsik) recarsi sotto la propria curva per provare a calmare le acque.
L’idea però di dover colloquiare con i propri sostenitori, al di là del fatto increscioso avvenuto fuori dallo stadio, non può essere quella da seguire.
Le squadre e le società non possono essere “ostaggio” dei tifosi, qualunque sia la motivazione.
Devono essere gli arbitri e, sopra di loro, gli organi di dovere del calcio e delle forze dell’ordine a decidere con fermezza il da farsi, senza farsi condizionare da personaggi poco raccomandabili.

3) Bombe carta, fumogeni… Ma i controlli prima di entrare allo stadio dove sono?
Quante volte sentiamo vere e proprie esplosioni durante le partite? E petardi? Fumogeni?
Episodio isolato all’Olimpico? Neanche per sogno; si tratta quasi della normalità.
Peccato che tutti questi simpatici oggettini sarebbero vietati all’interno degli stadi.
Ed invece, qualcosa non va. Non ci sono sufficienti controlli da parte degli addetti che regolano il flusso negli stadi o, altra ipotesi molto probabile, chi sa chiude spesso un occhio.
Personalmente mi è capitato di entrare in diversi stadi italiani. Senza fare nomi, devo rilevare che il trattamento ricevuto all’ingresso dei cancelli è stato differente a seconda di chi ci si trovava di fronte. Dallo stewart che fa togliere i tappi di plastica delle bottigliette ritenendole pericolose, a quello che ti fa spogliare di giacche e felpe. Da chi si è limitato alla domanda “Cos’hai nello zaino?”, lasciando poi passare senza controlli di fronte ad una risposta generica del tipo “Un panino e fazzoletti di carta”, a chi ha voluto sequestrare un ombrello di dimensioni minime nonostante un mezzo diluvio. Questo per dare l’idea di come non ci sia un comportamento uniforme da parte di questi “controllori”.
Sbagliato comunque addossare tutta la colpa a loro. Ragazzi che per pochi euro hanno a che fare con personaggi talvolta poco raccomandabili; ragazzi che ricevono insulti e rischiano di prendere una “pizza” in faccia. E allora, se gli steward hanno paura o non vogliono controllare nei minimi dettagli chi entra, non sarà il caso di dare solo alle forze dell’ordine questo compito?

4) Se non hai la tessera del tifoso non entri. Se invece indossi una maglia vergognosa sì
Ci si è dati tanto da fare per introdurre le tanto chiacchierate tessere del tifoso per schedare tutti coloro che entrano, in modo da sapere nel dettaglio ogni informazione di chi entra in uno stadio.
Chi non ne è in possesso, non può seguire in trasferta la propria squadra del cuore. Come dire. O fai come diciamo noi o non entri. L’idea sarebbe potuta anche essere utile se fosse servita ad evitare l’ingresso di personaggi alquanto discutibili. E invece abbiamo le tessere ma permettiamo di entrare allo stadio con una maglietta vergognosa inneggiante alla libertà di un uomo colpevole di omicidio (il capoultras del Napoli Gennaro De Tommaso con la maglia “Speziale libero”).
Oppure permettiamo l’esposizione di striscioni raccapriccianti contro vittime illustri della squadra rivale (riprovevoli quelli esposti dalla curva juventina quest’anno nel ricordare la sciagura aerea di Superga che coinvolse il “Grande Torino”).
Casi recenti questi citati, ma non certo i primi e sicuramente gli ultimi che vedremo esposti in bella vista sulle nostre tribune.
Ennesima dimostrazioni di come ci siano grosse falle nei controlli allo stadio da parte di chi non riesce, o non vuole vedere, chiudendo un occhio di fronte a cose che andrebbero stoppate sul nascere.

5) I delinquenti non sono tifosi. Sono delinquenti e basta
Non a caso quello che è il fatto più chiacchierato è stato tenuto per ultimo.
Tutti ci auguriamo che Ciro Esposito, il tifoso napoletano che lotta per la sopravvivenza ce la faccia. Tutti ci auguriamo che vengano fermati i colpevoli e condannati a pene esemplari.
Quello che è successo tra le strade di Roma però, non è una semplice scaramuccia tra ultras, ma un episodio di cronaca con coinvolti personaggi più vicini a essere teppisti che tifosi.
Chi lancia fumogeni verso altre persone, chi gira con cinghie o bastoni in mano, chi spara diversi colpi di pistola contro altri, chi pesta a sangue un altro uomo, non è un tifoso di una squadra di calcio, al di là della sciarpa che indossa al collo o della maglietta autografata che indossa.
Certo, le gravità dei gesti non vanno messo sullo stesso livello, ma chi si rende protagonista di uno solo di questi gesti, va considerato un teppista, uno che non ama veramente il calcio, lo sport e tutte le emozioni che può regalare quando viene vissuto con rispetto di tutti: dal primo dei vincitori all’ultimo dei vinti.

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