Lunedi, 20 novembre 2017 - ORE:06:41

Italia fuori: chi sono i responsabili?

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Ci eravamo illusi troppo presto

Avevamo esultato dopo la vittoria di una partita e in tanti, troppi, si erano convinti che avremmo fatto strada, tanta strada.

E invece no. L’Italia è già tornata a casa. La Nazionale esce a testa bassa dal Mondiale di calcio brasiliano con un misero bottino di tre punti in tre partite, due sconfitte su tre, appena due gol realizzati e tre subiti.
Numeri impietosi, che ben rispecchiano il pensiero che accompagnerà questa analisi post eliminazione: l’Italia è uscita meritatamente dal Mondiale.

Ma prima di puntare il dito e muovere alcune critiche verso la Nazionale e il calcio italiano, cerchiamo qualche parziale attenuante a questa debacle pesantissima.

1) L’arbitraggio contro l’Uruguay è stato a dir poco scandaloso. Marco Antonio Rodriguez Moreno (eh sì ancora un Moreno, dopo lo sciagurato Byron dei mondiali coreani…) ha sulla coscienza una delle espulsioni più assurde della storia dei Mondiali.
Un normale fallo da gioco di Marchisio, ad essere molto severi punibile con un giallo, ha portato ad un espulsione diretta senza senso, che ha lasciato l’Italia in dieci per gran parte del secondo tempo.
E come se non bastasse il morso di “Hannibal” Suarez a Chiellini lasciato correre senza sanzioni.
Davvero incredibile come nessuno degli assistenti dell’incompetente arbitro messicano abbia visto nulla. E poi, se otto anni fa, nel 2002, qualcuno dall’esterno aveva avvisato il primo arbitro della testata di Zidane a Materazzi, come è possibile che ora, nel 2014, nessuno abbia fatto lo stesso per Suarez? La risposta sembra ovvia. A Blatter e alla Fifa, in un mondiale brasiliano, fa certamente più “comodo” che le squadre sudamericane vadano il più avanti possibile (solo un caso l’aiutino al Brasile nella gara con la Croazia??).
Sai che finimondo se al posto dell’Italia ci fosse stato il Brasile contro l’Uruguay… Ma forse non sarebbe potuto accadere, perché il pessimo Moreno, se Marchisio avesse indossato una maglia giallo-verde, non avrebbe mai tirato fuori il cartellino rosso.

2) Il risultato del Mondiale rispecchia l’attuale momento del calcio italiano, ovvero, una crisi profonda.
Abbiamo celebrato tanto, e giustamente, i risultati incredibili ottenuti dalla Juventus in campionato; ma se una squadra che brucia tutti i record come la Juve viene eliminata alla fase a gironi di Champions League e si ferma alla semifinale dell’Europa League, cosa possiamo aspettarci dai nostri calciatori a livello internazionale?
Nella terza partita, con le spalle al muro, Prandelli si è affidato al “blocco Juve”, con ben sei undicesimi dei titolari di provenienza bianconera. Una scelta anche sensata, forse la più logica, considerando quanto fatto dalla Juve in Italia. Purtroppo però sappiamo come è andata e quanto poco abbiano influito i bianconeri (il solo Buffon l’eccezione) contro l’Uruguay.
La dimostrazione dell’attuale pochezza del nostro calcio fuori dai confini nazionali

3) Terza e ultima in ordine di importanza: le condizioni climatiche.
Un calendario tutt’altro che favorevole per i nostri dal punto di vista degli orari, con due match alle 13 locali e uno, il primo, alle 19. Sempre temperature oltre i 30° con tassi di umidità altissimi.
Certo, direte voi, il caldo c’era anche per gli altri. Giusta osservazione, anche se va detto che siamo forse stati gli unici a giocare a quegli orari, mentre invece altre squadre sono sempre scese in campo nella serata brasiliana. Solo un caso o sarà che contiamo poco nei piani alti della Fifa e anche per questo ci hanno rifilato i peggiori orari possibili? A voi la risposta.

Parziali giustificazioni queste alla modesta figura degli Azzurri al Mondiale; attenuanti che non possono giustificare in pieno un risultato così disastroso.
E allora cosa non è andato? Chi ha sbagliato? Chi sono i colpevoli?
Proviamo a dare alcune risposte

Cesare Prandelli

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Il ruolo del commissario tecnico di una Nazionale deve essere quello di selezionare i giocatori migliori e metterli in campo affinché possano dare il meglio.
Un ct deve dare soprattutto un’impronta di gioco, creare un’ossatura generale che possa dare una certa solidità ed equilibrio in campo. Tutto questo però si costruisce col tempo, dando fiducia ad un certo numero di giocatori. Non si può arrivare al Mondiale con degli esperimenti mai provati prima, piazzando giocatori in ruoli a loro insoliti nel club, reinventando e cambiando più moduli tra una partita e l’altra.
Cesare Prandelli sembra che abbia ancora la mentalità dell’allenatore di club, ma quando si allena una Nazionale le cose cambiano, perché non si ha lo stesso tempo a dispozione. Quanto sarà passato tra fine del campionato italiano e inizio del Mondiale, due-tre settimane massimo?
Troppo poco per dare vita ad una squadra “nuova”, quello che Prandelli ha cercato di fare.

L’impressione è che il ct, all’esordio mondiale in panchina, sia andato più volte in confusione durante la sfortunata avventura azzurra. Cambi poco logici (Thiago Motta e Cassano contro l’Uruguay); cambiamenti di modulo nel corso di una gara e tra una partita e l’altra; schieramento di giocatori fuori forma; mancata conferma di chi si era ben comportato in campo (Verratti nemmeno un minuto con la Costa Rica); opzioni tattiche prima bocciate a parole poi proposte in campo (la coppia Balotelli-Immobile).
Insomma, un calderone di scelte poco logiche che hanno portato solo confusione, tanta confusione, senza aver creato una vera identità di gioco e squadra.
Come quella di aver portato solo due attaccanti di ruolo (Immobile e Balotelli) e aver lasciato a casa Beppe Rossi, quello che forse rimarrà il grande rimpianto di Prandelli.
L’avevamo scritto che avrebbe fatto comodo la sua classe e imprevedibilità; un po’ di rischio, se vuoi ottenere grandi risultati, devi metterlo in preventivo. E invece contro l’Uruguay il ct si è trovato a bocciare le sue stesse scelte (fuori Balotelli e Immobile), inserendo Cassano, che gioca praticamente da fermo e non è una punta, in avanti con Parolo, che nel Parma è un centrocampista, a suo sostegno.
Altro errore. Nessun terzino sinistro di ruolo, con Darmian, De Sciglio e Chiellini adattati a giocare quel ruolo. Si aveva Criscito a disposizione, perché non portarlo e sfruttarlo?

Il gran gesto da signore però, Prandelli l’ha fatto dopo la fresca eliminazione. “Ho fallito con il mio progetto quindi mi dimetto”. Davvero una scelta onorevole, dimostrazione di persona seria e con dei principi. Una scelta che in altri ambienti italiani dovrebbe essere presa da esempio più spesso dopo fallimenti totali…

I giocatori dell’Italia

Prandelli ha sbagliato tanto e lo abbiamo detto. Ma chi poi va in campo sono i giocatori. Sono loro che in campo hanno raccolto due pessime figuracce concludendo anzitempo l’avventura mondiale.
Sono loro che non hanno mai tirato in porta per due partite (Costa Rica e Uruguay), sperando solo che qualcuno, anzi forse solo uno, Pirlo, tirasse fuori qualche giocata dal cilindro.
Sul campo hanno perso i giocatori e questo va detto, perché non si può addossare solo la colpa all’allenatore. Un allenatore, se pur bravo, può cercare di insegnare, consigliare, dare direttive per ore e ore; ma se poi chi va in campo fa il contrario, gioca per se stesso e non rispetta gli ordini, che ci può fare il mister?

Mario Balotelli non è certo l’unico responsabile di questo fallimento, ma uomo simbolo, questo sì, della disfatta. Prandelli aveva fatto tanto affidamento su di lui, difendendolo, coccolandolo, volendolo al centro del suo progetto nonostante una stagione che definire “deludente” è un eufemismo. E invece il tanto osannato Mario ha sbagliato tutto, più che sul campo, fuori dal campo. I gol, infatti, si possono sbagliare figuriamoci; sbagliano anche gli arbitri con un rigore o un espulsione… Quello che però ha ormai stancato tanti, in primis i compagni di squadra e lo stesso Prandelli, è l’atteggiamento di questo personaggio. Strafottente, arrogante, nervoso, tutt’altro che propenso al sacrificio. Polemico, sempre di più, con tutto e tutti. Più che crescere insomma, questo Balotelli sembra sempre più un bambinone viziato, che non ci sta alle regole del gruppo, che pensa di essere il più forte al mondo nonostante non abbia ancora vinto nulla, e che si affida agli amati social network per sfogare la sua rabbia e mandare a quel paese qualsiasi tipo di critica.
Non si vuole essere critici a tutti costi con lui, ma se persino l’allenatore della Nazionale, il capitano Buffon e il capitano “di cuore” De Rossi arrivano a usare parole pesanti nei suoi confronti, un motivo ci sarà.

Tutti i giocatori comunque hanno delle colpe. Troppo coccolati, troppo pubblicizzati, osannati in ogni giornale e telegiornale 24 ore su 24. Li hanno portati in un resort come residenza mondiale e gli hanno addirittura concesso la possibilità di portare le proprie famiglie al seguito durante tutto il soggiorno. In quale altro settore lavorativo vediamo cose del genere? Non sarà che continuiamo a concedere ai nostri calciatori “troppo” facendoli scordare cosa vuol dire serietà, impegno e sacrifico?

Abete e la Federazione

Se il calcio italiano è allo sbando totale da alcuni anni, la colpa non può essere solo di chi va in campo, ma anche di chi sta dietro, ai piani alti, di chi coordina ed è responsabile di tutto il movimento.
Le dimissioni di Abete rappresentano un’altra sconfitta, sua e degli organi federali. Un movimento debole, che conta sempre meno a livello internazionale e che continua a perdere credibilità.
Un calcio dove chi comanda sono le televisioni e gli interessi di chi comanda, mentre i tifosi, quelli che pagano profumatamente soldi tra biglietti e abbonamenti tv, contano sempre meno.
Un calcio italiano dove gli stadi sono sempre più a pezzi (non è un caso che veniamo sistematicamente bocciati ogni qualvolta presentiamo la nostra candidatura per Europei o Mondiali…), dove i tifosi sono schedati come criminali ma poi “sfuggono”, scegliete voi se volutamente o meno, petardi, bombe carta, coltelli, striscioni vergognosi e chi più ne ha più ne ha più ne metta.
Un calcio “malato” il nostro, dove le regole ci sono ma non si rispettano, dove i più furbi la fanno franca mentre chi conta meno spesso non viene tutelato.
Non stupiamoci allora se poi i risultati della Nazionale ai Mondiali sono questi. Nello sport, infatti, si vince tutti, dentro e fuori dal campo; le motivazioni di un successo o un insuccesso vanno trovate anche alle radici, non solo a quello che appare più ovvio.

L’eliminazione prematura dal Mondiale, è quindi lo specchio di tutto il movimento calcistico italiano; dai piani alti di chi comanda fino alle squadre italiane che scendono in campo, ogni anno sempre meno competitive in Europa. Ed è soprattutto un risultato meritato, perché al di là delle decisioni arbitrali e dei fattori ambientali, quel poco mostrato dall’Italia non era degno degli ottavi di finale di un mondiale di calcio.



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